Copywriting e sostenibilità: come comunicare il green marketing senza fare greenwashing

di Loris Grimaldi | Copywriter · Copywriting · Sostenibilità ed ambiente

Il verde che fa a pugni con la realtà

Ogni anno, milioni di euro vengono investiti da brand di ogni settore per comunicare quanto siano “eco-friendly”, “carbon neutral” o “rispettosi del pianeta” ed ogni anno, un numero crescente di consumatori incrocia le braccia e risponde: “Non vi crediamo.”

Non è cinismo fine a se stesso, bensì il risultato diretto di decenni di greenwashing sistematico, di claim ambientali gonfiati, di foglie verdi appiccicate su prodotti che di verde hanno solo l’inchiostro della confezione. In questo scenario, il copywriter si trova in una posizione scomoda ma cruciale: può essere complice di un inganno o architetto di una comunicazione finalmente onesta. Non esistono vie di mezzo che reggano al peso dei fatti.

Un'illustrazione a fumetti che mette a confronto la vera sostenibilità con il greenwashing. L'immagine è divisa centralmente da una grande punta di stilografica verde da cui spunta una pianta. A sinistra, una figura in maglione verde usa un laptop ed è circondata da affermazioni verificate come "100% Renewable Energy" e "Carbon Neutral Certified", insieme a un pannello solare e un bidone del riciclaggio. A destra, una figura in cravatta verde regge un rapporto e fa affermazioni generiche come "Eco-Friendly" e "Natural", circondata da punti interrogativi e con una fabbrica che emette fumo sullo sfondo, evidenziando la confusione e le dichiarazioni infondate del greenwashing.

Greenwashing: di cosa stiamo parlando, esattamente

Il termine venne coniato dall’ambientalista Jay Westerveld nel 1986, riferendosi alla pratica degli hotel di invitare gli ospiti a riutilizzare gli asciugamani “per l’ambiente”, mentre continuavano ad espandersi su ecosistemi costieri senza alcun riguardo; da allora, il fenomeno si è evoluto in forme molto più sofisticate. 

Secondo un’analisi della Commissione Europea pubblicata nel 2021, il 53% dei claim ambientali verificati nel mercato UE risultava vago, fuorviante o infondato. Non sono errori innocenti ma scelte comunicative deliberate, progettate per sfruttare la sensibilità crescente dei consumatori verso le tematiche ambientali.

Il greenwashing si nasconde ovunque: nella dicitura “naturale” (che non significa nulla dal punto di vista normativo), nel claim “plastic free” applicato a un prodotto che genera comunque rifiuti non riciclabili, nella compensazione delle emissioni attraverso crediti di carbonio di dubbia efficacia spacciata per neutralità climatica. Le forme sono infinite, la sostanza sempre la stessa: promettere ciò che non si mantiene.

Il ruolo del/la copywriter tra strumento e coscienza critica

Qui arriva il nodo gordiano. Il/la copywriter riceve un brief; il brief dice: “Il nostro brand è sostenibile, comunicalo.” Il problema sorge quando “sostenibile” è un’aspirazione più che una realtà, o quando le pratiche aziendali raccontate nel copy non corrispondono a ciò che accade davvero lungo la filiera produttiva.

Un/a copywriter che si limita ad eseguire senza fare domande è, de facto, un ingranaggio del greenwashing. Punto. Stiamo parlando di una constatazione pratica, non di una mera posizione moralista, perché quando il castello di carte cade (e fidatevi che prima o poi cade senza dubbio alcuno) la reputazione del brand si porta dietro anche quella di chi ha scritto quelle parole.

Il/la professionista del copy che lavora su tematiche ambientali deve sviluppare una competenza che va ben oltre la sintassi: deve saper leggere i dati, capire la differenza tra un’azienda che ha ottenuto una certificazione ISO 14001 e una che ha stampato un logo verde sul packaging, distinguere tra una strategia di decarbonizzazione credibile ed uno spot emozionale con suoni di foresta.

In altre parole, deve fare le domande scomode prima di scrivere la prima lettera.

Le domande scomode da fare prima di scrivere

Un brief sostenibile merita una due diligence seria, e perché ciò sia possibile ci sono alcune domande essenziali da porre al cliente.

Esistono certificazioni verificabili a supporto dei claim? Non tutte le certificazioni sono equivalenti: c’è differenza tra il marchio FSC per i prodotti forestali (schema di terza parte indipendente), la certificazione B Corp, che valuta l’impatto sociale e ambientale complessivo dell’azienda ed un’autocertificazione interna. Il/la copywriter sa di poter fare ricerca e studio in merito, così da imparare a distinguerle.

Quali dati concreti supportano l’affermazione? “Riduciamo le emissioni” è quasi inutile senza numeri, senza un punto di riferimento temporale, senza specificare rispetto a cosa. “Abbiamo ridotto le emissioni di CO? del 40% rispetto al 2019, in linea con il percorso Science Based Targets” è un’altra storia.

Il claim si applica all’intero prodotto o solo a una sua componente? Questa è una delle trappole più comuni: comunicare che il packaging è riciclabile quando il prodotto stesso è altamente inquinante è greenwashing puro.

L’azienda è trasparente sui propri limiti? I brand più credibili in tema di sostenibilità sono quelli che ammettono di essere ancora impegnati in un percorso, che pubblicano report annuali verificati, che riconoscono le proprie contraddizioni invece di nasconderle sotto paywall di buone intenzioni.

Come scrivere copy green che non sia una balla

Una volta verificata la solidità delle fondamenta, il lavoro di scrittura può cominciare e ci sono alcune linee guida che fanno la differenza tra un contenuto autentico ed uno che puzza di greenwashing anche al lettore meno esperto.

Sii specifico/a, sempre. “Eco-friendly” è una parola che non dice nulla. “Prodotto con il 70% di cotone biologico certificato GOTS, confezionato in carta riciclata al 100% proveniente da filiere certificate FSC” è una dichiarazione verificabile. Il lettore non è totalmente sprovveduto, e la vaghezza genera diffidenza automatica.

Evita l’iperbole ambientale. “Salviamo il pianeta” è un claim così sovradimensionato da risultare grottesco: nessun brand salva il pianeta da solo. Comunicare un contributo concreto e misurabile è più credibile (e paradossalmente più persuasivo) di qualsiasi dichiarazione messianica.

Non isolare i dati favorevoli. Se un’azienda ha ridotto le emissioni del processo produttivo ma la logistica è ancora ad alto impatto carbonico, dillo. La parzialità nelle informazioni è una forma sottile di greenwashing, i brand che comunicano con onestà i propri punti di debolezza, insieme ai progressi fatti, costruiscono una fiducia molto più solida di quelli che presentano solo il lato positivo della medaglia.Usa un linguaggio di impegno, non di perfezione. C’è una differenza enorme tra “Siamo un’azienda sostenibile” e “Stiamo lavorando per ridurre il nostro impatto ambientale con questi obiettivi concreti entro il 2030.”: la prima è un’affermazione di stato facilmente smentibile; la seconda è una dichiarazione di percorso, verificabile nel tempo, che comunica umiltà e responsabilità.

I casi che insegnano quando la comunicazione green funziona (e quando no)

Patagonia è diventata un riferimento quasi obbligato in ogni discussione sul green marketing autentico, e non a caso. La loro campagna “Don’t Buy This Jacket” del 2011, in cui invitavano esplicitamente i consumatori a non acquistare nuovi prodotti se non strettamente necessario, è l’opposto perfetto del greenwashing: un’azienda che mette la coerenza davanti al fatturato immediato. Comunicazione scomoda, ma efficacissima.

Sul versante opposto, Volkswagen con il “Dieselgate” del 2015 ha insegnato al mondo quanto possa essere devastante costruire un’intera narrativa green su fondamenta false. Il danno reputazionale è stato incalcolabile, e il processo per ripristinare la fiducia dei consumatori dura tuttora.In Italia, il Codice del Consumo e le linee guida dell’AGCM già sanzionano le pratiche commerciali scorrette legate a claim ambientali non verificabili. A livello europeo, la Direttiva Green Claims, proposta nel 2023 e in fase di recepimento, imporrà agli operatori di mercato di supportare ogni affermazione ambientale con prove scientifiche verificate prima ancora di pubblicarla. Il greenwashing non è solo un problema etico: sta diventando un rischio legale concreto.

Il/la copywriter come guardiano/a della credibilità

In questo contesto normativo e culturale in rapida evoluzione, il/la copywriter che lavora su contenuti legati alla sostenibilità non può permettersi il lusso di essere solo chi esegue, ma deve essere anche un filtro critico, un interlocutore che pone domande, che chiede le fonti, che suggerisce di comunicare meno ma meglio.

Questo non significa essere il “poliziotto del brief”, significa riconoscere che la credibilità a lungo termine di un brand, e la propria, come professionista, vale molto più di un copy che promette l’impossibile. Il mercato premia sempre meno chi grida e sempre di più chi dimostra.

Comunicare la sostenibilità con autenticità richiede coraggio: il coraggio di ammettere i limiti, di scegliere la precisione sull’entusiasmo, di rifiutare un brief quando le fondamenta non reggono: è la scelta più intelligente che un copywriter possa fare, per sé e per il settore, non romanticismo professionale.

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